Leonardo si fa bello: il cantiere della Sala delle Asse

 

di Fenisia Cennamo

 

Tre anni sono passati da quando la magnifica Sala decorata da Leonardo Da Vinci al Castello Sforzesco è stata chiusa al pubblico per essere restaurata. Tre lunghi anni, in cui il lavoro è stato incessante e le scoperte esaltanti.

Accompagnati da Michela Palazzo, direttrice del cantiere di restauro e da Carlo Catturini, impegnato nella ricerca storica, abbiamo avuto il privilegio di valicare il cancello che oggi impedisce l’accesso alla Sala e di assistere allo straordinario lavoro, di grande responsabilità, che i restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze ogni giorno si trovano ad affrontare.

Entrando, la nostra attenzione è stata, come ovvio, immediatamente catturata dalla volta, dalla sua intricata decorazione fatta da tronchi e ramificazioni che si intrecciano secondo uno schema geometrico, arricchita da annodate corde dorate, il tutto minuziosamente studiato per esaltare lo stemma di Ludovico Maria Sforza e di sua moglie Beatrice d’Este inserito, in uno sprazzo di cielo, al centro.

Tuttavia, ad uno sguardo più attento, la straordinarietà di questa sala è data dalle sue innumerevoli stratificazioni storiche (circa 13 strati) che hanno permesso di scoprire, ad ogni pulitura e sotto ogni scialbo, colori nuovi, antichi disegni preparatori e inimmaginabili invenzioni decorative.

La Sala delle Asse è un’eccezionale testimonianza della presenza di Leonardo da Vinci alla corte sforzesca a Milano. Il suo nome deriva dal rivestimento di tavole che Galeazzo Maria Sforza aveva fatto allestire; tuttavia, Carlo Catturini ha rinvenuto dei documenti che la vedono in origine citata come Sala dei Moroni, con ogni probabilità in riferimento ai grossi alberi che la adornano, i moroni (gelsi mori) e in stretta relazione al suo committente Ludovico il Moro.

Da allora in poi, molte sono state le aggiunte, le ridipinture e i tentativi di restauro che hanno non solo compromesso l’intera opera di Leonardo, la quale prevedeva una pittura murale composta da una serie di velature che le conferivano un aspetto molto simile alla pittura su tavola, ma ne hanno anche completamente alterato l’intera composizione decorativa, che dalle pochissime tracce rinvenute, si suppone dovesse avere origine dal basso delle pareti per poi divenire un ricco sottobosco nella parte alta, come sfondo dei grandi tronchi che aprono la volta.

Tre anni sono passati e probabilmente altrettanti ne serviranno per portare a compimento il lavoro di restauro iniziato dal cantiere pilota dell’Opificio delle Pietre Dure, tantissime le rivelazioni che ancora ci attendono e importanti le decisioni che il comitato scientifico sarà chiamato a prendere riguardo questo capolavoro universale dell’arte, ma speriamo con queste poche righe di aver alleggerito la lunga attesa.

 

Pubblicato il 17 marzo 2017

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