Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco

 

di Elisabetta Silvello

 

Jacob Burckhardt non errava a considerare, nel suo saggio monografico del 1896, “cosa gratissima rievocare la personalità e la vita di Rubens”. Ammirare le sue opere e cogliere la miriade di impressioni artistiche che sollecitarono la sua fervida immaginazione continua ad essere tutt’oggi un’esperienza instancabilmente ricca e stimolante che l’esposizione da poco conclusasi a Milano (visibile dal 26 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017) ha ampiamente contribuito a compiersi.

Il percorso espositivo curato da Anna Lo Bianco tra le sale di Palazzo Reale di Milano è stato presentato al pubblico con il titolo “Pietro Paolo Rubens e la nascita del Barocco” con l’obiettivo di rievocare il ruolo che il pittore rivestì in qualità di precursore per il panorama artistico italiano del Seicento barocco. Senza le ricche e fantasiose composizioni di Rubens, infatti, sarebbe difficile immaginare la formazione di artisti del calibro di Pietro da Cortona, Bernini, Lanfranco e Luca Giordano.

Ma se l’Italia non poté (e non può ancora oggi) fare a meno di Rubens, lo stesso pittore non sarebbe stato uguale senza il rapporto stretto ed esclusivo che lo strinse al nostro paese. Egli soggiornò in Italia per otto anni, dal 1600 al 1608, a partire da quel momento la produzione artistica italiana e i modelli tratti dall’antico che egli poté personalmente studiare lasciarono un tratto indelebile in tutte le sue opere.

È stato proprio questo reciproco scambio di influenze tra Rubens e l’arte italiana ad essere il tema approfondito nella mostra milanese conclusasi lo scorso 26 febbraio.

Le oltre 70 opere presenti in mostra, delle quali 40 realizzate da Rubens e ottenute grazie a prestigiosi prestiti, sono state disposte secondo una scansione tematica articolata in quattro sezioni volte a mettere in dialogo le opere di Peter Paul con quelle di altri artisti italiani.

La prima sezione, Nel mondo di Rubens, è stata articolata per accogliere il visitatore con una serie di ritratti intimi raffiguranti personaggi a lui vicini, come l’Autoritratto degli Uffizi (post 1623) e il Ritratto della figlia Clara Serena proveniente dalle collezioni di Palazzo Liechtenstein (1615-1616). Opere come il Seneca morente del Prado (1612-1615), invece, richiamavano nell’immediato la capacità di Rubens di rapportarsi ai modelli della statuaria antica con un’inedita e fervida creatività che sempre gli permise di considerarli come mero punto di partenza da rielaborare e fondere con altre stimolanti suggestioni.

Le opere dai monumentali soggetti sacri hanno trovato giusta collocazione nella seconda sezione intitolata Santi come Eroi, in cui era possibile ammirare il modelletto della prima redazione della spettacolare pala della Chiesa di Santa Maria in Vallicella, San Gregorio con Santa Domitilla, San Mauro e San Papiano oggi a Berlino (1606), in cui la santa che compare sulla destra era più idonea ad evocare le nobildonne genovesi con i loro sontuosi abiti che trasmettere quell’alone di santità a cui Rubens avrebbe dovuto attenersi nel rappresentarla. Avanzando tra le sale, inoltre, un eloquente confronto ha permesso di ammirare la pala di Fermo raffigurante un’Adorazione dei pastori in dialogo con una copia de La Notte di Correggio e una redazione successiva sul medesimo tema realizzata da Pietro da Cortona, dipinta per la chiesa di San Salvatore in Lauro.

Nella terza sezione, La furia del pennello, è emerso, prorompente, l’impeto vitale, la potenza e l’energia sprigionati dal gesto pittorico rubensiano. Amante del movimento e della molteplicità delle pose, Peter Paul mai si stancò di perseguire il tentativo di suscitare nello spettatore un sentimento di meraviglia e stupore, obiettivo che troverà stringenti analogie con l’arte barocca di Bernini e Lanfranco.

Nell’ultima sezione intitolata La forza del mito, infine, le opere di Rubens hanno trovato eloquenti confronti con derivazioni e copie tratte da statue antiche come il Laocoonte, l’Ercole Farnese o il Torso del Belvedere.

Si può concludere, quindi, che l’attitudine rubensiana, instancabilmente marcata da Burckhardt, nel fondere l’arte fiamminga del Nord, in cui il pittore si era formato, con l’adorazione per l’arte del Sud, che fosse classica o rinascimentale, sia stata chiaramente sviscerata nella mostra curata da Anna Lo Bianco. Il tocco del pennello rapido e vivace di Rubens, capace di trasmettere dinamismo e spettacolarità, permette di documentare la sua attenzione verso la pittura veneta di Tiziano, richiama modelli come Tintoretto e Correggio, evoca la lezione degli antichi, di Michelangelo e Raffaello ma anche di artisti a lui più vicini come i Carracci e Caravaggio. Proprio la ricchezza del suo linguaggio artistico, amplificato dall’intensissima attività pittorica in cui Rubens fu protagonista durante il suo soggiorno nella penisola, non poté che lasciare una cospicua eredità che segnò irrevocabilmente la produzione artistica italiana successiva, accreditando l’idea di Rubens come “pittore italiano”, così come Bernard Berenson amava definirlo.

http://www.mostrarubens.it

 

Pubblicato il 01 marzo 2017 

 

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